Nota sull’opera di Paolo Monti:
denaro, materialità, inoperosità

di Emanuela Fornari

Professore Associato di Pratiche filosofiche ed Ermeneutica filosofica presso l’Università degli Studi Roma Tre.

Nota sull’opera di Paolo Monti: denaro, materialità, inoperosità

Nell’opera artistica di Paolo Monti, e in particolare nelle sue rappresentazioni del denaro, emerge prepotentemente quella tensione costitutiva tra materialità e astrazione che rinvia direttamente alla struttura stessa del valore nella modernità capitalistica. Il denaro, infatti, si presenta simultaneamente come oggetto concreto – carta, metallo, superficie sensibile – e come forma pura, segno di un valore che eccede ogni consistenza materiale. In questo senso, il lavoro di Monti può essere letto alla luce dell’analisi di Marx, per il quale il denaro costituisce l’”equivalente generale”: ciò che rende commensurabili tutte le merci all’interno di una società dominata dal valore di scambio. Il denaro è, in altri termini, la forma in cui l’astrazione reale del valore si rende operativa: esso non è una merce tra le altre, ma la condizione stessa della loro circolazione, il punto in cui la molteplicità qualitativa degli oggetti viene ridotta a una misura quantitativa universale.
Monti interviene precisamente su questa soglia. Le sue immagini non si limitano a rappresentare il denaro, ma ne mettono in crisi la funzione simbolica: isolandolo, ingrandendolo, talvolta alterandone la leggibilità, egli ne restituisce la dimensione materiale, quasi opaca. Il denaro smette così di apparire come puro vettore di valore e si espone nella sua fragilità di oggetto. In questo gesto si apre una frattura: ciò che dovrebbe essere pura equivalenza si rivela come superficie, come traccia, come resto. Nell’opera di Monti le banconote vengono isolate, decontestualizzate o trattate in modi che ne rivelano la fragilità e la consistenza materiale: la fibra, l’inchiostro, il rilievo, la luce diventano protagonisti. E proprio questo procedimento mette in crisi la funzione simbolica del denaro: ciò che normalmente è mezzo di scambio e di equivalenza universale si mostra come “oggetto in sé”, vulnerabile, interamente corporeo. L’opera allora mette in scena il conflitto tra il valore come astrazione sociale e la banconota come oggetto fisico, mostrando come la materialità possa disattivare temporaneamente il meccanismo del valore.
Questa tensione assume oggi un significato ancora più acuto se consideriamo la temperie di smaterializzazione introdotta dall’economia finanziaria contemporanea. Carte di credito, conti digitali, transazioni algoritmiche e derivati trasformano il denaro in flusso informazionale: esso non ha più forma concreta, non occupa spazio fisico e non viene percepito come materia. Il denaro smaterializzato esiste come entità ontologica, una struttura di relazione, un vettore di flussi, una funzione più che un oggetto. L’opera di Paolo Monti, mostrando la concretezza del denaro, fa emergere il paradosso: il denaro smaterializzato è onnipresente, onnipotente, eppure impercettibile; il suo valore diventa esperienza indiretta, prefigurazione di una nuova soggettività economica dominata da flussi e algoritmi.
Ma la fragilità del denaro squadernata dal cortocircuito tra materialità e astrazione su cui gioca l’opera di Monti apre anche uno spazio fondamentale: la sua risignificazione relazionale. Poiché il valore non è intrinseco alla banconota ma dipende dal riconoscimento sociale, ogni segno di alterazione, degrado o deperimento diventa un’opportunità per mettere in luce la dimensione relazionale del denaro. La moneta non è più semplicemente un oggetto da usare, ma un oggetto che vive attraverso le relazioni, le pratiche e la fiducia di chi l’accetta. L’opera di Monti rende visibile questa dinamica: la materialità fragile della banconota non riduce il valore, ma lo sospende e lo rende potenzialmente aperto a nuove interpretazioni, trasformando la moneta in un nodo relazionale, un oggetto che esiste e opera attraverso la rete di relazioni che ne conferiscono significato.
Su questo punto si collocano le riflessioni filosofiche di Nietzsche sulla moneta bucata, interrogandosi ironicamente sulla persistenza del valore quando la moneta perde parte della sua forma materiale. La domanda nietzscheana non riguarda solo l’integrità fisica, ma il fondamento convenzionale del valore: ciò che rende il denaro significativo non è il supporto materiale, ma la rete di riconoscimento sociale e simbolico che lo sostiene. In un’economia smaterializzata, questa rete diventa ancora più evidente: il denaro è pura funzione e il suo potere dipende interamente dal consenso collettivo e dalle infrastrutture che ne garantiscono la circolazione.
Jacques Derrida, in Donare il tempo, offre una chiave ulteriore per comprendere la tensione tra presenza e astrazione: ogni dono, come ogni moneta, è sempre mediato, mai completamente presente a se stesso, mai chiuso nella sua funzione. La smaterializzazione del denaro attuale sembra portare questa dinamica all’estremo: il valore è flusso, relazione, attesa di riconoscimento, e la moneta, sebbene invisibile, governa la realtà sociale e i comportamenti individuali.
Proprio qui entra in gioco quell’aspetto della riflessione di Giorgio Agamben che insiste sull’”inoperosità”, e che permette di dare una lettura particolarmente intensa dell’opera di Monti. L’inoperosità non è inattività, ma sospensione della funzione determinata. Una moneta privata della sua effigie, alterata o resa visivamente “inesistente” cessa infatti di operare secondo le regole della circolazione economica e diventa oggetto di pura potenzialità. In questo modo, il denaro smette di essere immediatamente funzionale e si apre a una dimensione di libertà concettuale: diventa visibile nella sua materialità, ma non è vincolato alla sua funzione determinata.
Questa osservazione assume una risonanza particolare nell’era della finanza smaterializzata, dove il denaro digitale domina la vita economica e sociale, pur non essendo percepibile come oggetto concreto. La sospensione della funzione del denaro messa in atto da Monti rende manifesto ciò che normalmente sfugge: il valore non è più un dato fisso, ma un processo relazionale aperto, un flusso di potenzialità. L’inoperosità, dunque, non è mera contemplazione estetica, ma un modo di percepire e interrogare la relazione tra soggettività e valore economico: in un mondo in cui il denaro esiste sempre più come flusso smaterializzato, esso diventa uno spazio concettuale aperto, una possibilità di libertà e di reinvenzione delle regole.
Monti, in questo senso, ci consegna non solo un oggetto da contemplare, ma un’esperienza teorica ed estetica. La sospensione della funzione monetaria, la messa in scena della sua materialità e della sua vulnerabilità, ci permettono di percepire una realtà in cui la soggettività e il valore economico non sono mai dati una volta per tutte, ma sempre nella tensione tra concreto e astratto, tra funzione e potenza, tra presente e virtualità.
Roma, 2026


Emanuela Fornari è Professore Associato di Pratiche filosofiche ed Ermeneutica filosofica presso l’Università degli Studi Roma Tre.
Emanuela Fornari is Associate Professor of Philosophical Practices and Philosophical Hermeneutics at Roma Tre University.